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Rifiuti, via al piano Un'azienda unica per tagliare la Tares - La Stampa del 29 luglio del 2013

  • 29 Lug, 2013
Pubblicato in: Entrate e Riscossione
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Provate a immaginarla così: la nascente Tares (la tassa sui rifiuti) costerà ai torinesi 190 milioni l'anno.

E dovrebbe costarne circa 350 se si considerano tutti residenti nella provincia. Con la tassa i cittadini devono coprire interamente il corso del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, cioè i circa 350 milioni di cui sopra. Se anziché dieci aziende che si occupano di raccogliere e gettare il pattume in discarica o nell'inceneritore ce ne fosse una sola, si potrebbe arrivare a pagare fino a 40 milioni in meno l'anno. Azienda unica È il vantaggio più evidente di un processo che sarà lungo. Venerdì una trentina di amministratori locali e tecnici hanno gettato le fondamenta del piano che dovrebbe portare a fondere, almeno dal punto di vista industriale, le aziende deputate alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti nella Provincia. L'idea è replicare il modello Smat, la Società metropolitana delle acque che, nata per gestire l'acquedotto di Torino, oggi opera in 287 dei 315 Comuni del Torinese. «La stessa operazione realizzata da A2A in Lombardia e da Hera in Emilia Romagna spiega Paolo Foeitta, presidente dell'autorità territoriale dei rifiuti -. Basta con il nanismo, serve competitività. In futuro, con l'obbligo europeo delle gare pubbliche, rischiamo di essere spazzati via». Lavori in corso Nelle scorse settimane i Comuni capofila delle varie aziende e consorzi hanno firmato un documento con cui avviano il percorso. Il quadro di partenza sono le dieci società attive nel Torinese: sei pubbliche, due miste (Amiat e Trm), due consorzi-aziende (Covar 14, Ccs). «Molte vantano crediti, tutte sono formalmente in pareggio - precisa Foietta -. I casi più delicati rimandano Asa, in liquidazione, e Seta, che ha appena trovato un partner finanziario», Waste-Smc, il gestore della discarica di Chivasso. Il problema è che il sistema attuale non regge più: «Le più piccole aziende francesi hanno 9-10 mila dipendenti. Amiat, la più grande delle nostre, non ne ha nemmeno 2 mila». Troppa frammentazione. Troppi squilibri territoriali. Troppa dispersione. Troppe inefficienze, soprattutto. Meglio un'unica azienda deputata a occuparsi di raccolta, gestione delle discariche e magari anche dell'inceneritore. «La premessa per un sistema più solido, per un servizio migliore e per economie di scala che in prospettiva abbatteranno le tariffa. La premessa, anche, per l'omogeneità delle tariffe oggi variabili sul territorio (oscillano dai 110 euro ai 190 euro procapite). Effetto TaresE qui arriviamo alla Tares. L'immondizia raccolta finisce in discarica o al Gerbido, il resto viene recuperato. Il recupero ha forte valenza ambientale, per non parlare di quella economica: i materiali riciclati vengono venduti, cosa che frutta 20 milioni l'anno. Troppo pochi: se il sistema fosse efficiente potrebbe arrivare a 60 milioni. E quella somma, una volta incassata, ridurrebbe il costo del servizio di raccolta e smaltimento, cioè le nostre bollette. Senza contare cosa accadrebbe se le aziende si fondessero anche a livello societario: un solo cda al posto di otto, con li risparmi conseguenti. La parola del Tar Un'involontaria spinta al processo è arrivata dal tar: giovedì ha accolto il ricorso del Comune di Torino contro la Regione, che aveva previsto di sottrarre ai comuni la determinazione della tariffa della Tares e la sua riscossione. «Questa decisione conferma le nostre ragioni», spiega l'assessore all'Ambiente Enzo Lavolta, «e gli obiettivi che nel nostro territorio porteranno a creare un'unica società integrata metropolitana per la gestione dei rifiuti». «Nessun Comune sarebbe stato derubato delle tasse che i cittadini pagano - replica Roberto Ravello, il collega in Regione, valutando il ricorso -. Era solo previsto che una quota della Tares venisse introitata direttamente dalla conferenza d'ambito per evitare l'interruzione dei flussi finanziari verso i consorzi incaricati del sistema di raccolta».

 

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