Ultimo aggiornamento 10.12.2018 - 14:31

Politiche di coesione: presentato il nuovo studio IFEL

  • 04 Dic, 2018

Si registrano ancora difficoltà nella spesa dei fondi europei, ma non va meglio la spesa delle risorse nazionali. I comuni sono i più penalizzati dai ritardi


L’Italia è il secondo beneficiario dell’UE delle politiche di coesione dopo la Polonia (quasi 105 mld di euro), con un budget di circa 76 mld di euro, di cui il 52% è però assicurato da co-finanziamento nazionale.
Il prossimo ciclo di programmazione dei fondi europei 2021-2027, se il negoziato in corso si chiudesse oggi congelato sulle proposte della Commissione UE, prevedrebbe un incremento nella dotazione finanziaria dell’Italia, da 36,2 miliardi di euro nel 2014-2020 a 38,6 miliardi di euro previsti per il 2021-2027.
Per quanto riguarda il ciclo in corso (2014-2020), la performance media della spesa UE ad ottobre 2018 si attesta al 18,8%, mentre il livello di impegni sulle risorse programmate è del 61,4%.
In Italia la spesa è al 12,5% mentre il livello degli impegni si attesta al 54,2%
Al fine di valutare tale performance vale ricordare che il pacchetto di regolamenti per il ciclo 2014-2020 è stato approvato a dicembre 2013 e che l’Accordo di Partenariato è stato adottato dalla Commissione nell’ottobre 2014, facendo slittare l’approvazione dei programmi operativi che avviano il ciclo di spesa a fine 2015 (quasi due anni dopo l’avvio formale del ciclo).
Per prepararsi per tempo al futuro conviene tuttavia dare uno sguardo e confrontare gli andamenti degli ultimi due cicli di programmazione.

Si conferma il ritardo italiano: il ciclo 2014-2020 come quello 2007-2013

L’analisi dello stato di attuazione e il ruolo dei Comuni nella programmazione delle politiche di coesione 2014-2020 nella sua dimensione territoriale è oggetto dello studio della Fondazione IFEL: "La dimensione territoriale nelle politiche di coesione.  Stato d’attuazione e ruolo dei Comuni nella programmazione 2014-2020. Ottava edizione – 2018". Lo studio conferma i ritardi con cui procede il ciclo di programmazione europea 2014-2020, a livelli di attuazione non molto difformi da quelli registrati nel precedente ciclo, stesso periodo. Confrontando l’avanzamento finanziario della programmazione 07-13 con quello del 14-20, a distanza di 4 anni dal momento di avvio di entrambi i periodi, si rileva nell’attuale ciclo un’incidenza ridotta della spesa rispetto alle dotazioni dei Programmi (il 9% vs l’11% del 07-13); al contrario il 14-20 sembra avere meno problemi del passato sul fronte degli impegni (30,1 mld su circa 52 mld, ossia il 58% delle dotazioni vs il 39% del periodo 07-13). Una prima valutazione che si può avanzare è che Il sistema amministrativo italiano non sembra riuscire a fare tesoro delle esperienze passate; al netto dei ritardi di avvio della programmazione dovuti a tardiva approvazione dei regolamenti e dei documenti operativi, si presume una ripetizione degli stessi errori da parte delle amministrazioni interessate dalla politica di coesione, che evidentemente fanno fatica ad apprendere dal passato.

I comuni sono il livello istituzionale più penalizzato

Se guardiamo al ruolo dei Comuni, troviamo innanzitutto un calo del numero delle amministrazioni beneficiarie rispetto al precedente ciclo di programmazione, con una conseguente riduzione delle risorse assegnate. Guardando ai POR FESR, sempre a 4 anni di distanza dall’avvio delle programmazioni, i comuni italiani beneficiari passano dal 16% (1.293 enti) al 12% (941) del totale delle amministrazioni comunali del Paese; le risorse si dimezzano (da 2,5 miliardi di euro a 1,1 miliardi di euro); si assiste ad una ulteriore polverizzazione degli interventi (da 1,9 progetti in media per comune nel 2007-2013 a 1,4 nel 2014-2020).
È un peccato perché tradizionalmente i comuni trainano gli investimenti pubblici: se è vero che essi mobilitano importi finanziari più piccoli per progetto è altresì evidente una maggiore velocità di realizzazione e di spesa.

Fondi europei lenti ma quelli nazionali vanno anche peggio

La lentezza nella spesa dei fondi europei dipende dalla complessa regolazione comunitaria? Non si direbbe. L’utilizzo dei fondi nazionali, con le stesse regole comunitarie, ma senza rischio disimpegno, va anche peggio. Confrontando il livello di impegni sulla dotazione dei Fondi strutturali (FESR+FSE) contro quello del FSC (Fondo alimentato da risorse nazionali e privo di regole esterne/scadenze di spesa) si ottengono percentuali pari al 58% e al 20% dei rispettivi budget. Da notare che i dati di spesa del FSC non sono ancora disponibili mentre quelle di derivazione UE sono pienamente consultabili e confrontabili, a segnalare una maggiore trasparenza della politica di coesione europea rispetto a quella nazionale. Ma come mai questo maggiore ritardo del FSC? Sarà perché quando i fondi europei non vengono spesi sono oggetto del disimpegno automatico delle risorse, mentre i fondi nazionali possono essere riprogrammati? Se così fosse, il “vincolo esterno” funzionerebbe qui come “salvacondotto” per le risorse e come incentivo alla spesa.

Senza i fondi europei la spesa in c/cap. della PA nel Mezzogiorno si dimezzerebbe

In assenza delle c.d. risorse aggiuntive (fondi strutturali + cofinanziamento + FSC), i 52 miliardi medi annui di spesa in conto capitale della PA, tra il 2000 ed il 2016, scenderebbero a quota 39 mld. Situazione più critica per il Mezzogiorno, dove la spesa in conto capitale media annua, pari a 19 miliardi di euro, si andrebbe a dimezzare, attestandosi a quota 9 mld. In particolare, in corrispondenza delle chiusure dei periodi di programmazione si assiste a massicce certificazioni che fanno sorgere perplessità sulla natura di “aggiuntività” dei fondi strutturali e di quelli per le aree sottoutilizzate: è il caso del 20151 nel Mezzogiorno, quando di 723 euro pro capite di spesa della PA in conto capitale ben 498 euro sono di natura “aggiuntiva”...o meglio “sostitutiva”. Per l’anno 2016 e 20172 l’effetto “dopante” delle risorse aggiuntive sul valore complessivo della spesa in c/cap. del Mezzogiorno si riduce significativamente: le risorse aggiuntive raggiungono i 120 e i 178 euro pro capite nei due anni.


1 In base alla regola comunitaria nota come “n+2” (art. 93 del Regolamento CE 1083/2006), il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europea per il ciclo 2007-2013 era fissato infatti al 31 dicembre 2015.
2 Stima.

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