Ultimo aggiornamento 21.01.2022 - 18:05

Enti locali, vincoli più stretti sulle partecipate-Sole 24ore

  • 21 Lug, 2016
Pubblicato in: Notizie
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Tornano i criteri rigidi per la dismissione delle società partecipate, rafforzati anche dalla stretta sui bonus ai manager, mentre le società mistea prevalente capitale privato con conti in ordine ottengono più autonomia nella gestione del personale.

Il testo della riforma delle partecipate trasmesso al Parlamento per l'ultimo parere in vista dell'adozione definitiva torna sui propri passi rispetto alla versione più "morbida", che accoglieva un maggior numero di condizioni poste dal Parlamento. Proprio il mancato recepimento di tutte le condizioni parlamentari, del resto, ha motivato il terzo passaggio in commissione, da chiudere nei prossimi otto giorni: il governo, però, ha deciso di sgombrare il campo da una serie di ritocchi che avrebbero ammorbidito l'effetto della riforma. I passaggi più significativi sono legati al ritorno delle vecchie soglie, scritte nella prima versione del decreto approvata a gennaio, per individuare le società da chiudere, fondere o privatizzare. La battaglia siè accesa sul limite di fatturato.I parlamentari, accogliendo molte pressioni dal territorio, avevano chiesto di fissare a 500mila euro il valore medio di fatturato dell'ultimo triennio sopra il quale permettere il mantenimento della società; il testo entrato in consiglio dei ministri riportava questo ritocco ma quello trasmesso alle Camere torna alla regola originale: se il fatturato degli ultimi tre anni non arriva al milione, la partecipata va chiusa, aggregata ad altre aziendeo privatizzata. Per il rapporto dell'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, basta questo parametroa condannare 2.600 partecipate locali, mentre di altrettante non si conosce il valore della produzione edè probabile che la maggioranza di queste abbia dimensioni medio­piccole. Cancellati anche due correttivi sulle perdite. Esclusii servizi «di interesse generale» (trasporti, idrico, energia, rifiuti ecc.), la riforma chiede di cancellare le società che hanno chiuso in perdita4 degli ultimi5 bilanci: il Parlamento aveva chiesto di escludere le perdite inferiori al 5% del fatturato, ma il consiglio dei ministri ha deciso per lo stralcio. I risultati di bilancio, poi, tornanoa incidere in maniera diretta sui compensi degli amministratori, a prescindere dal settore di attività. Se la societàèa maggioranza pubblica edè titolare di affidamenti diretti per oltre l'80% del valore della produzione, due anni di perdite sono giusta causa di revoca degli amministratori, mentre per chi rimane tre anni di perdita portano al taglio dei compensi del 30 per cento. Sul calendario, invece, il testo indirizzato alle Camere si limita a precisare meglio un dato già confermato, cioè la scadenza dei sei mesi entroi quali gli enti proprietari devono scriverei piani straordinari di razionalizzazione per alienare o chiudere, entro l'anno successivo, le società fuori regola e quelle che vogliono ulteriormente dismettere per ragioni di contenimento dei costi. Dal 2018 scatta invece l'obbligo dei piani ordinari annuali, pensati per evitare che si ricreino aziende analoghea quelle colpite dal piano straordinario. Resta da vedere ora l'opinione del Parlamento, che però non ha la possibilità di modificare ancora il testo, a meno che il consiglio dei ministri di inizio agosto per l'adozione cambi idea. In quell'occasione potrebbe arrivare anche il primo via libera al decreto sulle Camere di commercio, che nelle ultime versioni conferma l'incarico a Unioncamere di fissare gli obiettivi di razionalizzazione per arrivare a 60 enti ma lascia più autonomia per le decisioni sul personale, cancellando l'obbligo di prevedere un taglio del 15% negli organici (e del 25% per il personale impiegato nei servizi di supporto). Sul testo, però, è ancora in corso il lavoro fra il ministero dello Sviluppo economicoe Palazzo Vidoni.

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